Caccia ai fiancheggiatoridel boss Messina Denaro

Quello di Messina Denaro, quindi, è il primo nome che viene subito accostato alla fase di preparazione alla successione. La Direzione distrettuale antimafia di Palermo li ha indagati proprio perché sospettati di agevolare la latitanza del capomafia.

Duecento agenti delle Squadre Mobili di Palermo e Trapani, assieme ai colleghi del Servizio centrale operativo della Polizia di Roma, stanno effettuando decine di controlli nella zona di Castelvetrano. Le indagini per la cattura del superlatitante sono coordinate dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dall'aggiunto Paolo Guido. Figlio del boss di Castelvetrano Francesco, vicino ai corleonesi di Totò Riina, "lu siccu" è l'ultimo padrino ancora ricercato di Cosa nostra.

Il tritolo per via D'Amelio arrivava da Trapani, Messina Denaro se lo fece consegnare dal capo mafia Vincenzo Virga, era lo stesso tritolo usato per la strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985 e per il fallito attentato all'Addaura del 1989 contro Giovanni Falcone.

Nel mirino della polizia vi sono i parenti e vari personaggi riconducibili al latitante (dall'estate del 1993) Matteo Messina Denaro, accusato per gli attentati mafiosi avvenuti a Roma, a Firenze, e a Milano.

Col blitz di oggi l'intento è di continuare a colpire chi aiuta il boss nella latitanza. Si tratta di persone che, storicamente, hanno avuto rapporti con il boss e che nel corso degli anni sono state arrestate per mafia; a loro viene contestato il reato di procurata inosservanza di pena che viene rivolto a chi favorisce la mafia. Sono, poi, passati definitivamente allo Stato i beni sequestrati nel 2015 all'imprenditore di SalemiSalvatore Angelo: sette milioni di euro in cui rientrano quattro imprese edili e vitivinicole, 67 immobili - ville e terreni - e quattro auto.


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