Suicida per i suoi video hot La madre: "Pm colpevoli"

È la dura affermazione di Teresa Giglio, la madre di Tiziana Cantone, dopo che il Gip ha archiviato la posizione dei cinque ragazzi indagati per diffamazione, accusati di aver diffuso su internet il video hard che la 31enne di Mugnano - morta suicida lo scorso settembre - inviò loro. Il magistrato ha disposto ulteriori verifiche sulle eventuali responsabilità, per violazione della privacy, del rappresentante legale di Facebook Italia.

Lo ha detto all'Ansa il procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere Alessandro Milita, fino a poche settimane fa sostituto alla Procura di Napoli dove si è occupato - non come "primo pm" specifica Milita - dell'indagine per diffamazione avviata a fine 2015 da Tiziana Cantone, la 31enne di Mugnano di Napoli suicidatasi nel settembre scorso dopo la diffusione on-line di video hot che la ritraevano, dopo le parole dette oggi dalla madre nei confronti dei magistrati.

"Davanti al giudice - spiega Marazzita - ho sostenuto la necessità di accertare eventuali responsabilità di Facebook, anche perché il calvario di Tiziana è iniziato proprio quando ha visto il suo nome sul social associato ai suoi video pubblicati su siti porno soprattutto americani".

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"Il pm Milita avrebbe potuto sequestrare i telefonini dei cinque ragazzi cui mia figlia aveva inviato i video, ma non lo ha fatto; e ciò per me è inspiegabile. E in ogni caso Facebook fu diffidato ma non fece nulla", ha concluso l'avvocato Marazzitta.

L'indagine aveva coinvolto cinque persone, quattro delle quali querelate da Tiziana dopo la scoperta che suoi video, che lei stessa aveva inviato via Whatsapp, erano finiti su siti porno e sui social. Sempre secondo la madre della ragazza: "I magistrati avrebbero sottovalutato la situazione in cui si trovava Tiziana". Per il giudice, però, ci sono ancora delle indagini che la Procura dovrà condurre. Di sicuro in tanti hanno guadagnato con i video di mia figlia. Per i giudici, la diffida era vincolante, mentre la società si era difesa spiegando di non aver rimosso le pagine perché non aveva ricevuto alcun ordine del giudice o del Garante per la privacy.


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