Velo al lavoro, Corte Ue: "Azienda può vietarlo, non è discriminatorio"

Non è discriminatorio per una società privata vietare ai propri dipendenti di indossare il velo islamico o qualsiasi altro segno visibile di appartenenza politica, filosofica o religiosa. La Corte di Cassazione del Belgio si era rivolta alla magistratura comunitaria, che ha rimarcato come sia possibile vietare il velo islamico sul posto di lavoro, così come altri simboli religiosi, in caso di volontà dell'impresa di mantenere un dresscode neutrale. Inoltre, in mancanza della specifica norma, il datore di lavoro non può accogliere la richiesta di un cliente di non affidare la fornitura dei servizi a una dipendente con velo islamico.

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Appena nove giorni dopo, però, sempre Franco Cortese al volante della 125 S vinse il Gran Premio di Roma. E stata la prima vettura con il marchio Ferrari .

Samira Achibita nel 2003 era stata assunta come receptionist dall'azienda belga G4S. Ma quando uno dei clienti si è lamentato, l'azienda le ha chiesto di non metterlo più, la signora si è rifiutata ed è stata licenziata. Il 29 maggio 2006, il comitato aziendale della G4S approvò una modifica del regolamento interno, che introduceva il "divieto ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose e/o manifestare qualsiasi rituale che ne derivi". La donna ha contestato il suo licenziamento, avvenuto dopo il suo rifiuto di rispettare la norma, dinanzi ai giudici del Belgio, che a loro volta hanno chiamato in causa la Corte UE. Entrambe ritenevano di essere state discriminate nel lavoro per via dell'uso dell'Hijiab (il velo non integrale che lascia scoperto il volto). La Corte UE ha risposto negativamente, rimettendo, tuttavia, al Giudice nazionale la valutazione se, tuttavia, ciò costituisca una "discriminazione indiretta". Come si fa a distinguere se una norma sulla neutralità religiosa o politica sia fatta per svantaggiare qualcuno? Siffatto divieto può invece costituire una discriminazione indiretta qualora venga dimostrato che l'obbligo apparentemente neutro da essa previsto comporta, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia. Disparità che, sottolinea ancora la CGUE, potrebbe comunque essere oggettivamente "giustificata da una finalità legittima" laddove "i mezzi impiegati per il suo conseguimento fossero appropriati e necessari".


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